Le parole della giustizia contano. Perché il linguaggio può proteggere una vittima o lasciarla sola

a cura di Dhebora MirabelliFondatrice dell’Osservatorio Digitale contro molestie e violenze nei luoghi di lavoro – 6Libera.org

Una recente ricerca dell’Università di Torino ha riportato al centro dell’attenzione un tema troppo spesso sottovalutato: il linguaggio utilizzato nelle sentenze che riguardano la violenza di genere. Lo studio evidenzia come, in alcuni casi, parole, espressioni e ricostruzioni narrative possano contenere stereotipi che finiscono, anche inconsapevolmente, per attenuare la gravità della violenza o spostare l’attenzione sul comportamento della vittima anziché sulla responsabilità dell’autore.

Da anni, attraverso l’Osservatorio Digitale contro molestie e violenze nei luoghi di lavoro di 6Libera.org, sosteniamo un principio molto semplice: la violenza inizia anche dalle parole.

Il linguaggio non è mai neutro.

Le parole costruiscono cultura, influenzano le decisioni, determinano il modo in cui un’organizzazione interpreta un problema e orientano le scelte di chi è chiamato a intervenire.

Per questo motivo il tema non riguarda soltanto la magistratura.

Riguarda le imprese.

Riguarda i responsabili delle risorse umane.

Riguarda i dirigenti, i consulenti, i sindacalisti, gli avvocati, i medici competenti, gli RSPP, gli psicologi del lavoro e chiunque abbia il compito di ascoltare una segnalazione.

Ogni volta che definiamo una molestia come “un malinteso”, una discriminazione come “uno scherzo”, uno stalking come “un corteggiamento insistente”, una violenza psicologica come “un conflitto caratteriale”, stiamo modificando la percezione del fenomeno.

E modificare la percezione significa modificare anche la possibilità che quella persona venga creduta, aiutata e tutelata.

È il meccanismo della vittimizzazione secondaria: quando chi denuncia non subisce soltanto la violenza iniziale, ma anche il peso di narrazioni che minimizzano, giustificano o spostano la responsabilità.

Per questo il nostro Osservatorio insiste da tempo su un concetto che spesso sorprende le aziende: la prevenzione passa anche dal linguaggio organizzativo.

Non basta avere un regolamento.

Non basta una procedura.

Occorre costruire una cultura.

Una cultura nella quale le parole siano coerenti con i valori che l’organizzazione dichiara di voler difendere.

È lo stesso principio che utilizzo spesso parlando di salute e sicurezza sul lavoro.

Se un lavoratore cade da un’impalcatura senza casco, nessun imprenditore direbbe che si tratta di un problema privato tra il lavoratore e il pavimento.

Lo considera un rischio da prevenire, analizzare e gestire attraverso formazione, procedure, controlli e dispositivi di protezione.

Perché allora, quando una persona subisce molestie o violenze sul lavoro, continuiamo troppo spesso a considerarlo un problema esclusivamente personale?

Anche in questo caso esiste un rischio organizzativo.

Anche in questo caso servono strumenti di prevenzione.

Anche in questo caso la formazione rappresenta il nostro “casco di protezione”: aiuta a riconoscere i segnali, elimina stereotipi, cambia il linguaggio e rende possibile intervenire prima che il danno diventi irreparabile.

Le parole non sono dettagli.

Sono infrastrutture culturali.

Possono alimentare il silenzio oppure costruire fiducia.

Possono isolare una vittima oppure incoraggiarla a chiedere aiuto.

Possono rafforzare stereotipi oppure contribuire a smantellarli.

Per questo la ricerca dell’Università di Torino rappresenta un contributo importante: ci ricorda che la qualità della giustizia passa anche dalla qualità del linguaggio e che la tutela dei diritti non dipende soltanto dalle norme, ma anche dal modo in cui le raccontiamo.

Come Osservatorio continueremo a lavorare affinché questa consapevolezza entri stabilmente nei luoghi di lavoro.

Perché prevenire la violenza significa anche imparare a chiamarla con il suo nome.

E perché una società cambia davvero quando cambiano le parole con cui decide di raccontare la dignità delle persone.