San Severo, la sindaca denuncia ricatti a sfondo sessuale: il consiglio comunale la sfiducia e fa cadere la giunta

Una vicenda politica dai contorni inquietanti arriva da San Severo e riaccende i riflettori sulle gravissime dinamiche di potere e di genere che ancora inquinano le istituzioni. La sindaca Lidya Colangelo, eletta nel giugno del 2024, ha denunciato pubblicamente in consiglio comunale di aver subito pesanti ricatti a sfondo sessuale e un episodio di grave intimidazione fisica da parte di un esponente della sua giunta. La risposta del mondo politico locale, tuttavia, non è stata di supporto e protezione: in seguito alle sue dichiarazioni, tredici consiglieri si sono dimessi in blocco, determinando la caduta dell’amministrazione e costringendo la città a nuove elezioni.
Le parole pronunciate dalla prima cittadina durante l’assise comunale descrivono un clima lavorativo inaccettabile e lesivo della sua persona. La sindaca ha raccontato di aver commesso l’errore di fidarsi di consiglieri che l’hanno poi minacciata, mettendo in discussione la sua dignità personale attraverso richieste che non avevano nulla a che vedere con la dialettica politica, ma che riguardavano esclusivamente la sua sfera femminile e sessuale. A questo si aggiunge un’accusa estremamente circostanziata rivolta a un ormai ex assessore, Gigi Marino: quest’ultimo, secondo il racconto della sindaca, l’avrebbe di fatto bloccata all’interno del suo ufficio, chiudendo la porta e sottraendo le chiavi, in una dinamica di prevaricazione definita assimilabile a un sequestro di persona.
L’epilogo di questa coraggiosa denuncia pubblica è emblematico delle enormi difficoltà e ritorsioni che le donne affrontano quando decidono di rompere il silenzio nei contesti di potere. L’ex assessore chiamato in causa ha risposto alle accuse querelando la sindaca. Nel frattempo, la crisi politica che già logorava la maggioranza è stata portata al suo punto di rottura definitivo: le dimissioni dei tredici consiglieri, provenienti sia dall’opposizione che da frange della stessa maggioranza, hanno decretato la fine anticipata del mandato, mascherando dietro la motivazione dello “stallo politico” quella che appare come una vera e propria decapitazione istituzionale.
Al di là delle complesse dinamiche partitiche locali, ciò che emerge con prepotenza da questo caso è un messaggio profondamente allarmante su cui è necessario riflettere. Questa vicenda dimostra come una donna che ricopre un incarico apicale e trova la forza di denunciare molestie o pressioni legate al proprio genere rischi non solo di essere lasciata sola, ma di subire una vera e propria punizione politica. È l’ennesima conferma di quanto le barriere culturali siano ancora insormontabili e di come la presenza femminile nei ruoli decisionali continui a scontrarsi con logiche patriarcali tese a sminuire, isolare e infine rimuovere chi non si piega a inaccettabili giochi di potere.



















