San Severo, la sindaca denuncia ricatti a sfondo sessuale: il consiglio comunale la sfiducia e fa cadere la giunta

Una vicenda politica dai contorni inquietanti arriva da San Severo e riaccende i riflettori sulle gravissime dinamiche di potere e di genere che ancora inquinano le istituzioni. La sindaca Lidya Colangelo, eletta nel giugno del 2024, ha denunciato pubblicamente in consiglio comunale di aver subito pesanti ricatti a sfondo sessuale e un episodio di grave intimidazione fisica da parte di un esponente della sua giunta. La risposta del mondo politico locale, tuttavia, non è stata di supporto e protezione: in seguito alle sue dichiarazioni, tredici consiglieri si sono dimessi in blocco, determinando la caduta dell’amministrazione e costringendo la città a nuove elezioni.

Le parole pronunciate dalla prima cittadina durante l’assise comunale descrivono un clima lavorativo inaccettabile e lesivo della sua persona. La sindaca ha raccontato di aver commesso l’errore di fidarsi di consiglieri che l’hanno poi minacciata, mettendo in discussione la sua dignità personale attraverso richieste che non avevano nulla a che vedere con la dialettica politica, ma che riguardavano esclusivamente la sua sfera femminile e sessuale. A questo si aggiunge un’accusa estremamente circostanziata rivolta a un ormai ex assessore, Gigi Marino: quest’ultimo, secondo il racconto della sindaca, l’avrebbe di fatto bloccata all’interno del suo ufficio, chiudendo la porta e sottraendo le chiavi, in una dinamica di prevaricazione definita assimilabile a un sequestro di persona.

L’epilogo di questa coraggiosa denuncia pubblica è emblematico delle enormi difficoltà e ritorsioni che le donne affrontano quando decidono di rompere il silenzio nei contesti di potere. L’ex assessore chiamato in causa ha risposto alle accuse querelando la sindaca. Nel frattempo, la crisi politica che già logorava la maggioranza è stata portata al suo punto di rottura definitivo: le dimissioni dei tredici consiglieri, provenienti sia dall’opposizione che da frange della stessa maggioranza, hanno decretato la fine anticipata del mandato, mascherando dietro la motivazione dello “stallo politico” quella che appare come una vera e propria decapitazione istituzionale.

Al di là delle complesse dinamiche partitiche locali, ciò che emerge con prepotenza da questo caso è un messaggio profondamente allarmante su cui è necessario riflettere. Questa vicenda dimostra come una donna che ricopre un incarico apicale e trova la forza di denunciare molestie o pressioni legate al proprio genere rischi non solo di essere lasciata sola, ma di subire una vera e propria punizione politica. È l’ennesima conferma di quanto le barriere culturali siano ancora insormontabili e di come la presenza femminile nei ruoli decisionali continui a scontrarsi con logiche patriarcali tese a sminuire, isolare e infine rimuovere chi non si piega a inaccettabili giochi di potere.

Fonte: https://www.ansa.it//sito/notizie/cronaca/2026/06/05/la-sindaca-denuncia-richieste-sessuali-i-consiglieri-la-sfiduciano_9914af18-7760-4415-bc09-60c1fce42fb4.html

Sicilia, Reddito di Libertà potenziato: oltre 600mila euro per l’indipendenza delle donne

Un passo importante verso l’autonomia economica delle donne che hanno subito abusi arriva dalla Regione Sicilia, che ha deciso di potenziare in modo significativo il Reddito di Libertà. Con D.D.G. n. 1922 del 01.06.2026, clicca qui – è stato approvato l’Avviso pubblico a sportello per il finanziamento del reddito di libertà da destinare alle donne vittime di violenza, allegato al presente decreto e parte integrante dello stesso. Le richieste dovranno pervenire esclusivamente mezzo PEC dal 30.06.2026 e non oltre il 31.07.2026. Questo strumento fondamentale per permettere alle vittime di violenza di ricostruire la propria vita e la propria indipendenza si rinnova con risorse decisamente più consistenti. Il nuovo avviso pubblico prevede infatti un incremento del 50 per cento del contributo massimo concesso per ogni singolo progetto, passando da 10.000 a 15.000 euro. Parallelamente, anche la dotazione finanziaria complessiva messa a disposizione registra un forte aumento, balzando dai 236.000 euro del 2025 a un totale di oltre 600.000 euro.

La decisione di ampliare questo sostegno nasce dalla profonda consapevolezza che l’autonomia finanziaria rappresenta il primo e indispensabile tassello per uscire definitivamente da dinamiche di sopraffazione. Come ha sottolineato l’assessore regionale alle Politiche sociali Nuccia Albano, l’obiettivo primario di questo rafforzamento è offrire un aiuto concreto affinché nessuna donna sia più costretta a rinunciare alla propria libertà a causa di ostacoli materiali. Avere a disposizione le risorse necessarie significa poter costruire un nuovo e solido progetto di vita, non solo per sé stesse ma anche per i propri figli, allontanandosi per sempre dal ricatto economico.

L’intervento regionale è stato concepito in modo strategico per coprire quelle situazioni di vulnerabilità che rischiano di rimanere escluse dagli aiuti statali. È rivolto specificamente alle donne residenti in Sicilia che si trovano in condizioni di fragilità economica e che sono già seguite dai Centri antiviolenza o ospitate all’interno di strutture di accoglienza a indirizzo segreto, a patto che non percepiscano già il Reddito di Libertà nazionale erogato dall’Inps. I fondi ottenuti attraverso questi progetti personalizzati potranno essere impiegati per molteplici necessità cruciali legate all’autonomia abitativa e lavorativa. Tra le spese ammissibili figurano il pagamento dei canoni di affitto, l’attivazione delle utenze, l’acquisto di strumentazioni per avviare un’attività professionale e la partecipazione a corsi di formazione. Il contributo prevede inoltre la preziosa possibilità di sostenere le spese legate al percorso scolastico ed educativo dei figli minori o con disabilità.

Dal punto di vista operativo, per garantire un percorso tutelato e guidato, le domande di accesso ai fondi dovranno essere presentate dai Comuni siciliani in stretta collaborazione con i Centri antiviolenza e le case rifugio accreditate. La finestra temporale utile per l’invio delle richieste si aprirà il prossimo 30 giugno e si chiuderà il 31 luglio. Le istanze verranno finanziate seguendo rigorosamente l’ordine cronologico di arrivo, fino al completo esaurimento delle risorse messe a disposizione. Si tratta di un’opportunità vitale che richiede la massima tempestività e sinergia tra le istituzioni locali e le reti antiviolenza, affinché i fondi arrivino rapidamente a chi sta lottando per riprendersi in mano il proprio futuro.

Fonte: https://www.regione.sicilia.it/la-regione-informa/politiche-sociali-regione-rafforza-reddito-liberta-donne-vittime-violenza

Ospedale di Piacenza, chiuse le indagini sull’ex primario accusato di abusi sistematici su otto colleghe

Un’inchiesta sconvolgente travolge la sanità piacentina, portando alla luce una gravissima e prolungata vicenda di abusi di potere e violenza di genere sul posto di lavoro. Si sono ufficialmente chiuse le indagini a carico dell’ex primario di Radiologia dell’ospedale di Piacenza, accusato dalla Procura di aver molestato e abusato sessualmente di almeno otto professioniste all’interno della struttura. Un caso che riaccende prepotentemente i riflettori sull’urgenza di garantire spazi professionali sicuri per le donne, sradicando ogni forma di ricatto e prevaricazione maschile.

Il quadro tracciato dagli investigatori descrive un contesto lavorativo profondamente tossico, dominato da una costante pressione psicologica e da un radicato timore reverenziale nei confronti di una figura dirigenziale apicale. Le indagini hanno finalmente preso slancio grazie all’immenso coraggio di una radiologa che ha deciso di infrangere il muro del silenzio, innescando una serie di accertamenti decisivi. Le prove raccolte attraverso le intercettazioni e le immagini di una telecamera nascosta avrebbero documentato una situazione agghiacciante: gli inquirenti parlano di ben trentadue violenze sessuali registrate nell’arco di soli quarantacinque giorni.

I racconti delle vittime, ora confluiti nel fascicolo della Procura, ripercorrono anni di presunti soprusi sistematici avallati da una posizione di intoccabilità. Alcune testimonianze documentano episodi risalenti addirittura al 2015, delineando un comportamento predatorio reiterato nel tempo. Una delle professioniste ha raccontato di essere stata chiusa a chiave in un ufficio, spinta con forza e aggredita, mentre il racconto ancora più drammatico di un’infermiera svela un incubo durato circa dieci anni, fatto di costrizioni e rapporti sessuali non consensuali subiti sul luogo di lavoro. Ad aggravare ulteriormente la posizione del medico si aggiungono le pesanti intimidazioni, come esplicite minacce di ritorsioni professionali, volte a terrorizzare le donne e a garantirsi l’impunità.

L’Azienda Usl di Piacenza ha già preso provvedimenti disciplinari netti, rescindendo il contratto del professionista in seguito agli arresti domiciliari scattati nei mesi scorsi. Ora l’indagato avrà venti giorni per presentare le proprie memorie difensive prima che i magistrati decidano sull’eventuale rinvio a giudizio. Questa indagine rappresenta oggi un monito severo per tutte le istituzioni: dimostra in modo inequivocabile quanto sia fondamentale creare reti di supporto aziendali solide per smantellare quelle dinamiche di potere tossico che permettono alla violenza di prosperare proprio nei luoghi in cui le donne dovrebbero essere tutelate e valorizzate.

Fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/05/25/primario-arrestato-per-abusi-sulle-pazienti-concluse-le-indagini_fca4d2d9-1711-4a7f-b51c-acbb4869e138.html

Trasparenza salariale e parità di genere: dal 7 giugno il nuovo Decreto. Una vittoria contro la violenza economica sul lavoro

La lotta contro le discriminazioni e la violenza economica nei luoghi di lavoro segna un traguardo fondamentale. Il prossimo 7 giugno 2026 entrerà in vigore il nuovo decreto legislativo, approvato in via definitiva dal Consiglio dei Ministri lo scorso 30 aprile, che attua la direttiva UE 2023/970. L’obiettivo è rafforzare l’applicazione del principio della parità di retribuzione tra uomini e donne per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore attraverso la trasparenza salariale. Per noi di 6Libera questa è una notizia di cruciale importanza, poiché la disparità salariale rappresenta una forma subdola e silenziosa di violenza economica. Con l’introduzione di questo sistema articolato di obblighi e diritti, la trasparenza cessa di essere solo una “buona pratica” etica per diventare un vero e proprio obbligo normativo con impatti rilevanti su aziende e lavoratori.

Le nuove regole abbracciano sia il settore pubblico che quello privato, applicandosi ai contratti a tempo determinato, indeterminato, part-time, posizioni dirigenziali, ai contratti di apprendistato e ai candidati in fase di selezione. Il decreto definisce in modo inequivocabile i criteri di comparazione, assegnando un ruolo centrale ai Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro (CCNL). Si definisce “stesso lavoro” la prestazione con mansioni identiche o della stessa qualifica, nello stesso livello retributivo e categoria legale. Si parla invece di “lavoro di pari valore” per mansioni comparabili basate su criteri oggettivi e neutri rispetto al genere, come competenze, responsabilità e condizioni di lavoro. Il livello retributivo da considerare sarà composto dalla totalità degli elementi continuativi e fissi, escludendo bonus puramente discrezionali e temporanei.

Una delle novità più dirompenti riguarda la fase pre-assuntiva, con lo stop definitivo ai segreti salariali fin dal colloquio di lavoro. I datori di lavoro non potranno più indagare sulla storia retributiva passata dei candidati ma dovranno fornire, fin dall’inizio, informazioni chiare sulla retribuzione iniziale o sulla fascia retributiva prevista e sui criteri utilizzati per determinarla, garantendo inoltre avvisi di selezione neutri sotto il profilo del genere. Allo stesso tempo, i lavoratori dipendenti avranno il diritto, esercitabile direttamente o tramite sindacati una volta all’anno, di richiedere informazioni sui livelli retributivi medi, suddivisi per sesso, per le categorie che svolgono mansioni di pari valore. A tale richiesta l’azienda dovrà rispondere entro due mesi. Inoltre, il decreto vieta esplicitamente qualsiasi clausola contrattuale che impedisca ai dipendenti di parlare del proprio stipendio.

Per le aziende di maggiori dimensioni il monitoraggio del divario retributivo diventa un vero e proprio obbligo di legge, con l’invio dei dati all’organismo istituito presso il Ministero del Lavoro e la condivisione con le rappresentanze sindacali. Le scadenze sono fissate al 7 giugno 2027, e successivamente ogni anno, per le realtà con almeno 250 dipendenti, e con cadenza triennale per quelle tra i 150 e i 249 dipendenti. Le aziende tra i 100 e i 149 dipendenti avranno invece tempo fino al 7 giugno 2031. Per le imprese con meno di 50 dipendenti sono previste delle semplificazioni operative per non gravare eccessivamente sull’amministrazione, pur mantenendo saldi i principi di trasparenza. Qualora dai report dovesse emergere un differenziale retributivo ingiustificato pari o superiore al 5%, scatterà l’obbligo di avviare una valutazione congiunta tra azienda e rappresentanze dei lavoratori per eliminare le disparità. Tutti questi dati, in accordo con le direttive del Garante Privacy, dovranno essere trattati nel massimo rispetto del GDPR, vietando la divulgazione di informazioni che possano identificare direttamente le singole buste paga.

In 6Libera sappiamo bene che la conformità legale, da sola, non basta a sradicare la violenza di genere in azienda: serve un cambiamento culturale profondo. Questo nuovo decreto va esattamente nella direzione che il nostro Progetto SAFE traccia da tempo. Supportare le PMI non significa solo aiutarle a evitare sanzioni, ma accompagnarle nel trasformare la parità retributiva in un vantaggio competitivo e organizzativo. Attraverso i percorsi di formazione, l’uso del Vademecum operativo e i servizi di consulenza sindacale e legale gratuita, 6Libera è pronta a supportare imprese, manager e lavoratori nell’adozione pratica di questi nuovi strumenti di trasparenza. Solo costruendo modelli aziendali più equi possiamo garantire un mondo del lavoro veramente libero da ogni forma di molestia e violenza economica.

Consulta il Decreto Legge 30 aprile 2026 n.62 pubblicato in Gazzetta Ufficiale, clicca qui.

Consulta la relazione tecnica, clicca qui.

Emergenza stress da lavoro: oltre 840mila vittime all’anno e un impatto devastante su donne, economia e salute

Un nuovo allarmante studio dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro getta luce sulle devastanti conseguenze dello stress e del disagio psicologico negli ambienti professionali, rivelando che ogni anno nel mondo perdono la vita oltre 840mila persone a causa di condizioni legate alla tensione lavorativa. Fattori inaccettabili come orari eccessivamente prolungati, insicurezza cronica e molestie si traducono in gravissimi rischi psicosociali, innescando l’insorgenza di depressione, burnout e gravi patologie. Si tratta di una vera e propria emergenza sanitaria e sociale che annienta il benessere delle persone e si ripercuote inevitabilmente anche sul tessuto produttivo attraverso un fisiologico calo delle prestazioni e un forte assenteismo.

Se da un lato le malattie cardiovascolari rappresentano la prima causa di decesso associata a questi fattori di rischio, dall’altro sono i disturbi mentali a generare la maggiore perdita di anni di vita in buona salute, proprio a causa della loro natura cronica e altamente invalidante. L’impatto economico di questa crisi silenziosa è enorme, traducendosi in una perdita stimata dell’1,37 per cento del Prodotto Interno Lordo a livello globale, percentuale che sale all’1,43 per cento guardando all’Europa e all’Asia centrale. Concentrando l’attenzione sul contesto europeo, emerge un dato estremamente significativo per chi si batte quotidianamente per l’equità e la parità di genere: quasi un lavoratore su tre riferisce di soffrire di stress, depressione o ansia legati alla propria occupazione, ma sono le donne a denunciare questi problemi con una frequenza nettamente superiore, pagando spesso il prezzo più alto di carichi mentali invisibili e di dinamiche lavorative logoranti.

Nonostante la drammaticità del quadro generale, il rapporto evidenzia come la stigmatizzazione della salute mentale rappresenti ancora oggi uno dei principali ostacoli alla prevenzione e alla creazione di reti di supporto adeguate. I costi annuali legati alla sola depressione lavorativa nell’Unione Europea superano i cento miliardi di euro, eppure la cultura aziendale in molte nazioni fatica a evolversi. Basti pensare che in Italia, così come in Francia, Grecia e Cipro, oltre il sessanta per cento di chi lavora teme pesanti ripercussioni negative o discriminazioni qualora decidesse di confidare le proprie difficoltà psicologiche ai manager aziendali. Questo clima di reticenza e paura è il sintomo evidente di un sistema che ha urgenza di essere riformato, guardando magari all’esempio dei Paesi nordici, dove otto dipendenti su dieci si sentono al sicuro nell’affrontare questi argomenti. È ormai indispensabile che il benessere mentale diventi una priorità assoluta, affinché i luoghi di lavoro smettano di essere fonti di esaurimento e si trasformino in spazi sicuri e di reale tutela.

Fonte: https://www.ilo.org/it/resource/notizie/840000-decessi-allanno-collegati-ai-rischi-psicosociali-sul-lavoro

Decreto Lavoro 2026: incentivi all’occupazione femminile, salario giusto e contrasto al caporalato digitale

Con la recente pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del Decreto Lavoro 2026 (D.L. n. 62/2026), entrano in vigore importanti novità destinate a incidere profondamente sulle dinamiche occupazionali e sulla tutela dei diritti lavorativi. Il provvedimento traccia una linea di intervento articolata, che spazia dagli incentivi diretti per le assunzioni a una più rigorosa regolamentazione dei rapporti di lavoro, con un’attenzione particolare verso le fasce più vulnerabili del mercato e la tanto attesa conciliazione tra vita privata e professione.

Sul fronte del sostegno all’occupazione, spicca il Bonus assunzione donne, una misura che prevede l’esonero contributivo totale per l’inserimento a tempo indeterminato di lavoratrici. Lo sgravio garantisce un tetto massimo mensile di 650 euro, che sale a 800 euro per le assunzioni effettuate nelle regioni della Zona Economica Speciale (ZES) del Mezzogiorno. Il beneficio ha una durata standard di 24 mesi, ridotti a 12 nel caso in cui la lavoratrice rientri in specifiche categorie di svantaggio, tra cui l’assenza di un impiego retribuito da almeno sei mesi, un’età superiore ai 50 anni, l’assenza di un diploma di scuola superiore, o la condizione di adulta che vive sola con persone a carico.

Accanto alle misure per il lavoro femminile, il decreto introduce agevolazioni significative anche per i giovani. Il Bonus assunzione giovani assicura infatti un esonero totale dai contributi INPS per 24 mesi nel caso di assunzione di under 35, con un limite di 500 euro mensili che arriva a 650 euro in diverse regioni del Centro e Sud Italia. Per poterne usufruire, è richiesto che il lavoratore sia disoccupato da almeno due anni, tempistica dimezzata in caso di specifiche vulnerabilità. Un incentivo analogo è previsto per la stabilizzazione dei contratti a termine. Inoltre, per le microimprese fino a 10 dipendenti situate nella ZES, è stato istituito uno sgravio totale per l’assunzione di over 35 disoccupati di lungo corso. In tutti questi casi, per prevenire abusi, l’accesso ai fondi è severamente vincolato alla creazione di un reale incremento occupazionale netto e all’assenza di licenziamenti aziendali nei sei mesi precedenti.

Uscendo dall’ambito degli incentivi economici, il provvedimento segna un netto cambio di passo nella tutela retributiva introducendo l’importante principio del Salario giusto. Da questo momento, viene garantito a ogni lavoratore un trattamento economico complessivo che non può essere inferiore ai minimi stabiliti dai Contratti Collettivi Nazionali (CCNL) firmati dalle organizzazioni sindacali e datoriali più rappresentative. Per i settori che risultano privi di una contrattazione specifica, si farà riferimento al contratto nazionale più affine all’attività esercitata, passando così da un sistema deregolamentato a uno maggiormente tutelato. Per difendere il potere d’acquisto, è stato inoltre stabilito che, in caso di mancato rinnovo contrattuale entro 12 mesi dalla scadenza, le retribuzioni verranno adeguate automaticamente in misura pari al 30% della variazione dell’Indice dei Prezzi al Consumo Armonizzato.

Un altro capitolo fondamentale affrontato dal testo governativo riguarda i nuovi diritti nell’era delle piattaforme, con norme rigorose per il Contrasto al caporalato digitale. Per arginare lo sfruttamento e l’intermediazione illecita, diventano obbligatorie la verifica dell’identità digitale dei lavoratori e la trasparenza algoritmica. Chi lavora tramite app avrà finalmente il diritto di conoscere in modo chiaro i parametri del proprio rating, i criteri di assegnazione dei compiti e delle retribuzioni, potendo esigere in qualsiasi momento l’intervento umano per riesaminare quelle decisioni automatizzate che impattano in modo significativo sul proprio rapporto di lavoro.

Il decreto guarda con grande attenzione anche al benessere e all’equità organizzativa attraverso la Conciliazione famiglia-lavoro. Le aziende che sceglieranno di adottare la nuova certificazione UNI/PdR 192:2026, impegnandosi concretamente e in modo strutturato su maternità, paternità, flessibilità, carichi di cura e salute dei dipendenti, beneficeranno di un esonero sui contributi previdenziali fino all’1%, per un massimo di 50.000 euro annui. A chiudere il cerchio delle riforme, una misura in materia previdenziale che offre ai lavoratori la possibilità di destinare alla previdenza complementare le quote di Trattamento di Fine Rapporto (TFR) maturate nel primo semestre di quest’anno lavorativo.

Fonte: Gazzetta Ufficiale del Decreto Lavoro 2026 (D.L. n. 62/2026)

Report ActionAid | Il lavoro non cancella gli stereotipi: i contesti professionali devono diventare spazi di prevenzione

In Italia l’occupazione viene spesso celebrata come il principale strumento di emancipazione, specialmente per le donne, ma i dati recenti dipingono una realtà decisamente più complessa e per certi versi allarmante. Secondo il report “Perché non accada. La prevenzione primaria come politica di cambiamento strutturale” diffuso da ActionAid, avere un impiego non basta da solo a cancellare le profonde diseguaglianze di genere e le radicate dinamiche di potere che continuano a manifestarsi quotidianamente anche all’interno dei contesti aziendali e professionali.

Dall’indagine emerge un quadro che invita a una seria riflessione: proprio tra le persone occupate risulta maggiormente diffusa la giustificazione della violenza maschile contro le donne, in tutte le sue declinazioni. I numeri parlano chiaro e mostrano come il ventidue per cento del campione intervistato legittimi la violenza verbale, con picchi significativi e preoccupanti tra gli uomini che lavorano, i quali raggiungono il trentadue per cento a fronte di un diciotto per cento registrato tra i non occupati. Questa inquietante tendenza si conferma anche per quanto riguarda la violenza fisica e, in misura ancora maggiore, per quella economica, che risulta in assoluto la forma di sopruso più tollerata.

I luoghi di lavoro si rivelano dunque non solo come potenziali teatri in cui le discriminazioni possono palesarsi, ma come veri e propri contesti sociali in cui si riproducono e si rafforzano pericolosi stereotipi che finiscono per legittimare la violenza stessa. Di fronte a questa evidenza, come ha giustamente sottolineato Rossella Silvestre di ActionAid, diventa fondamentale e urgente riconoscere il mondo dell’occupazione come un ambito cruciale per la prevenzione primaria. Poiché una parte considerevole della nostra vita si svolge all’interno delle dinamiche lavorative, è esattamente da questi spazi che deve innescarsi un profondo e inarrestabile cambiamento culturale.

A gravare ulteriormente sulla reale emancipazione femminile contribuisce inoltre il fatto che il lavoro retribuito non si accompagna quasi mai a un equo riequilibrio dei carichi di cura. Quasi il settantatré per cento delle lavoratrici, infatti, continua a farsi carico in via principale delle incombenze domestiche e familiari, contro appena il quarantasei per cento degli uomini. Senza interventi strutturali mirati a scardinare queste dinamiche radicate, le diseguaglianze continueranno a prosperare, limitando la vera libertà delle donne. È possibile scaricare e consultare integralmente il report “Perché non accada – Il lavoro” per approfondire i dati di questa importante ricerca. Consulta l’indagine, clicca qui.

Fonte: https://www.actionaid.it/lavoro-e-violenza-di-genere/

L’indipendenza economica come pilastro della libertà femminile: tra consapevolezza e superamento delle barriere

L’indipendenza economica rappresenta oggi una delle sfide più urgenti per garantire alle donne una reale libertà di scelta e di autodeterminazione. Non si tratta solo di una questione puramente finanziaria, ma di un elemento che incide profondamente sulla capacità di gestire la propria vita, i propri desideri e le proprie relazioni. I dati recentemente emersi dal rapporto realizzato dall’istituto Piepoli per Directa confermano quanto la strada verso l’autonomia sia ancora caratterizzata da ostacoli significativi: quasi una donna su due ha infatti dichiarato di aver rinunciato almeno una volta a scelte economiche a causa di pressioni o aspettative della famiglia e del partner. Ancora più allarmante è il fatto che una donna su quattro non si sentirebbe libera di interrompere una relazione proprio a causa di ragioni economiche, confermando come la dipendenza finanziaria possa trasformarsi in una forma di costrizione che impedisce di uscire da rapporti insoddisfacenti.

Sebbene la quasi totalità delle donne intervistate consideri l’indipendenza economica un valore fondamentale, la realtà dei fatti mostra un divario preoccupante tra aspirazione e realtà. Sei donne su dieci non si sentono oggi autonome quanto vorrebbero e la grande maggioranza esprime il desiderio di aumentare la propria indipendenza finanziaria. Il tema degli investimenti rimane un ambito in cui la partecipazione femminile è ancora limitata, con oltre il sessanta per cento delle donne che non ha mai investito i propri risparmi. Tuttavia, emerge con chiarezza che questa distanza dal mondo della finanza non deriva da una mancanza di competenze tecniche, quanto piuttosto dalla disponibilità limitata di risorse e dalla difficoltà di prendere decisioni economiche in totale autonomia. L’investimento, come suggerito dagli esperti, deve quindi essere inteso non solo come scelta finanziaria, ma come uno strumento concreto per rafforzare la propria autonomia personale.

L’autonomia finanziaria significa innanzitutto avere il potere di decidere e, soprattutto, la possibilità di possedere un piano alternativo. Avere risorse proprie permette di allontanarsi da contesti lavorativi o personali degradanti, garantendo quella libertà di movimento che spesso viene negata proprio dall’assenza di mezzi economici. Come sottolineato dall’economista Azzurra Rinaldi, il sistema economico attuale è stato storicamente costruito per escludere le donne, spesso etichettate come troppo emotive per gestire il denaro. La sfida per il futuro non è quindi quella di adattarsi forzatamente a un modello preesistente e maschile, ma di trovare una chiave di gestione femminile che valorizzi la diversa attitudine delle donne verso l’impresa e il risparmio.

Per scardinare queste barriere, è necessario un profondo cambiamento culturale che passi attraverso l’educazione finanziaria e il superamento di vecchie convenzioni mentali. È fondamentale dare voce a chi è stata a lungo limitata da pregiudizi che vorrebbero la donna disinteressata alla finanza, promuovendo invece una consapevolezza che porti a un reale empowerment. In questo percorso, oltre agli ostacoli esterni, giocano un ruolo cruciale anche le barriere interne, come i bias cognitivi e il complesso rapporto con il potere e il rischio. Solo attraverso un atto di consapevolezza delle proprie capacità professionali e finanziarie, unito a un dialogo costante tra società civile e industria, sarà possibile costruire una società più equa dove ogni donna possa accedere con fiducia ai ruoli decisionali e alla piena libertà di scelta.

Fonte: https://www.ansa.it/canale_lifestyle/notizie/societa_diritti/2026/03/12/indipendenza-economica-la-chiave-fondamentale-per-la-liberta-delle-donne_b99f6783-a065-4ed0-a8f6-79f30f1065dc.html

“Aziende oltre la compliance”: Fortune Italia riconosce l’impatto del Progetto Safe sulla cultura d’impresa italiana

Prevenire le molestie e la violenza sul lavoro non è solo un obbligo normativo, ma un vero e proprio vantaggio competitivo. È questo il cuore dell’approfondimento a firma di Francesca Benincasa dedicato al Progetto Safe – Per un lavoro senza violenza, promosso dalla nostra Associazione 6libera.6come6 con il supporto di ActionAid Italia e Fondazione Realizza il Cambiamento.

L’articolo evidenzia una realtà allarmante: secondo l’Istat, oltre 2,3 milioni di persone in Italia (l’81,6% donne) hanno subito molestie sul lavoro. Il dato che colpisce di più le imprese è la mancanza di denunce, che genera sfiducia, impatta su turnover e produttività e ostacola l’attrazione di nuovi talenti. Come confermano gli studi OCSE e ILO, gli ambienti di lavoro ostili possono costare tra l’1% e il 3% del fatturato.

In questo contesto, in anticipo rispetto al Decreto Sicurezza 2025, un gruppo di otto aziende ha deciso di mettersi in gioco sperimentando il modello Safe. Si tratta di: Argotec Srl, Caffè Moak SpA, Damiano Organic SpA, Vivai Mirabelli Snc, Sargomma Srl, Gruppo Irritec SpA, Itinera Srl e Sosvi – Impresa sociale solidarietà e sviluppo. Queste realtà stanno integrando formazione continua, strumenti organizzativi verificabili, canali di segnalazione anonimi ed esterni, supporto legale e sindacale e monitoraggio del clima interno. L’obiettivo è affrontare anche le forme di violenza più sottili: da quella economica alle molestie digitali, fino all’esclusione dai processi decisionali.

I primi risultati dimostrano chiaramente che la sicurezza psicologica è il nuovo standard competitivo: aumenta la fiducia, riduce i conflitti e migliora la retention. Come sottolinea Dhebora Mirabelli, responsabile del progetto Safe: “Anticipare la legge significa proteggere le persone prima di ogni obbligo, trasformando la prevenzione in cultura d’impresa”.

Intorno all’iniziativa si è consolidata una forte rete di partner, tra cui diverse sezioni territoriali di Confapi (Sicilia, Calabria, Cuneo, Toscana), Confapi Donne, Confapi Sanità, Fondazione Censis, Assosomm e il Comitato per l’Imprenditoria Femminile della Camera di Commercio di Torino. Il traguardo finale del Progetto Safe è ambizioso: creare la prima rete nazionale di PMI contro le molestie sul lavoro, affiancata da un percorso di certificazione dedicato (Women’s Safe – Respect Certified). I risultati di questa sperimentazione confluiranno presto in un White Paper per i decisori pubblici e in un Vademecum operativo, affinché queste best practice possano essere replicate da tante altre realtà del tessuto produttivo italiano.

Giustizia contro il sessismo sul lavoro: reintegrata e risarcita la dirigente licenziata in gravidanza

Un’importante sentenza emessa dal tribunale del lavoro di Treviso segna un fondamentale passo avanti nella lotta contro le discriminazioni di genere e a tutela della maternità nel contesto lavorativo. Una dirigente è stata infatti reintegrata e ha ottenuto un risarcimento significativo dopo essere stata vittima di gravi comportamenti sessisti e di un licenziamento illegittimo.

La vicenda fa emergere dinamiche inaccettabili, purtroppo ancora radicate in alcune realtà professionali. La lavoratrice, sebbene appartenente alla famiglia proprietaria dell’azienda, subiva regolarmente un vero e proprio demansionamento, venendo costretta a servire il caffè durante le riunioni aziendali con l’unica e inaccettabile giustificazione di essere donna. L’apice di questa discriminazione si è raggiunto con il suo licenziamento, avvenuto proprio mentre si trovava in stato di gravidanza.

Il pretesto formale utilizzato dall’azienda per allontanarla, legato a un presunto uso di risorse aziendali per spese personali, è stato smontato in sede legale. Il giudice ha infatti stabilito che tale comportamento era di gravità lieve e rientrava in una prassi comune all’interno della società.

È stata riconosciuta la palese violazione dell’articolo 54 del decreto legislativo 151 del 2001. Questa norma fondamentale garantisce la protezione assoluta della lavoratrice da iniziative di licenziamento dall’inizio della gestazione fino al compimento del primo anno di età del bambino.

Oltre a disporre l’immediato reintegro della dirigente nel suo posto di lavoro, il tribunale ha compiuto un passo ulteriore e altrettanto importante, condannando l’azienda a risarcire la donna con ben 50.000 euro per danno da discriminazione.

Questa decisione rappresenta un monito fortissimo per tutte le aziende e una grande vittoria per i diritti delle lavoratrici. Conferma ancora una volta che la genitorialità è un diritto intoccabile tutelato dalla legge e che i pregiudizi e gli stereotipi degradanti non possono in alcun modo trovare spazio o giustificazione nel mondo del lavoro.

Fonte: https://www.ansa.it/veneto/notizie/2026/03/11/costretta-a-servire-caffe-e-licenziata-in-maternita-giudice-la-reintegra